14 novembre 1951 - una radio accesa nell’alluvione del Polesine
Novembre 1951: quando comunicare significava salvare vite. Ci sono momenti nei quali una tecnologia cessa di essere soltanto tecnica e diventa servizio. Una voce che riesce a superare l’acqua, il buio e l’isolamento può trasformarsi in una richiesta di soccorso, in un ordine trasmesso a una squadra, nell'indicazione di un paese da raggiungere.
Nell’autunno del 1951, durante una delle più gravi catastrofi naturali dell’Italia del dopoguerra, la radio ebbe proprio questo significato. E tra coloro che compresero immediatamente quanto le radiocomunicazioni potessero essere preziose vi fu Vittorio Aggujaro, di Limena, destinato in seguito a essere conosciuto nel mondo radioamatoriale con il nominativo I1QP. La sua storia si intreccia con quella dell’alluvione del Polesine, ma racconta anche qualcosa di più: le origini di quella disponibilità dei radioamatori al servizio delle comunicazioni d’emergenza che, nei decenni successivi, sarebbe diventata parte integrante del sistema di soccorso italiano.
Il Po rompe gli argini
Nei primi giorni di novembre del 1951 piogge intense e persistenti interessarono gran parte della Pianura Padana. Dal 7 al 12 novembre le precipitazioni furono praticamente incessanti sull’Italia settentrionale e il Po si trovò a sostenere una piena eccezionale. Il 14 novembre la situazione precipitò.
Nel Rodigino gli argini cedettero e una gigantesca massa d’acqua cominciò a riversarsi nelle campagne. Il Polesine, terra pianeggiante e in parte posta a quote inferiori rispetto al livello delle acque circostanti, si trasformò progressivamente in un'immensa distesa d'acqua. Secondo la ricostruzione della Protezione Civile, per undici giorni le acque sommersero più di mille chilometri quadrati, raggiungendo in alcuni punti una profondità di sei metri. Le vittime furono oltre cento. Case, stalle, raccolti, magazzini e aziende agricole vennero distrutti o gravemente danneggiati.
I Vigili del Fuoco ricordano cifre che rendono ancora oggi l'idea delle dimensioni della catastrofe: circa otto miliardi di metri cubi d'acqua invasero il territorio e 107.000 ettari dei 157.000 coltivabili finirono allagati. Nella notte del 18 novembre vennero evacuate Rovigo, Adria, Cavarzere e Loreo. Ma il disastro non terminò quando l'acqua smise di avanzare.
L'opera di prosciugamento si concluse soltanto nel maggio del 1952. Circa 180.000 persone furono costrette ad abbandonare le proprie case e 80.000 non vi fecero più ritorno, contribuendo a una delle prime grandi migrazioni interne dell'Italia del dopoguerra.
Un'emergenza senza la Protezione Civile di oggi
Per comprendere il ruolo assunto dai radioamatori bisogna però dimenticare, per un momento, il mondo delle comunicazioni al quale siamo abituati. Non esistevano telefoni cellulari, reti digitali, collegamenti satellitari portatili o sale operative interconnesse come quelle contemporanee. E soprattutto non esisteva ancora il moderno Servizio Nazionale della Protezione Civile.
Quando l'acqua travolse strade, linee telefoniche e collegamenti, intere località rischiarono quindi di rimanere isolate proprio nel momento in cui comunicare era più necessario. Serviva sapere dove inviare uomini e mezzi. Serviva chiedere barche, medicinali e viveri. Serviva conoscere la situazione dei paesi raggiunti dall'acqua e coordinare le operazioni di salvataggio. In questo vuoto, la radio poteva arrivare dove le normali infrastrutture non arrivavano più. E alcuni appassionati di radiocomunicazioni decisero di mettersi a disposizione.
Da Limena verso il Polesine
Tra loro c'era Vittorio Aggujaro. A Limena, alle porte di Padova, la sua passione per la radio era ben conosciuta. ARI Padova ricorda ancora la grande antenna che svettava sopra la sua abitazione in Piazza Diaz. Quando arrivarono le notizie della piena, Aggujaro non rimase ad ascoltare gli avvenimenti a distanza. Partì.
Con la propria attrezzatura raggiunse il Polesine e operò in particolare nell'area di Cavarzere, collaborando con altri appassionati e operatori radio. L'obiettivo era semplice da formulare quanto difficile da realizzare: ristabilire i collegamenti necessari a chi stava organizzando i soccorsi. Le radio divennero così una sorta di filo invisibile steso sopra un territorio coperto dall'acqua. Dove una linea telefonica poteva essere interrotta da un palo abbattuto o da una centrale isolata, un apparato radio non aveva bisogno di un collegamento fisico continuo tra chi trasmetteva e chi riceveva.
In condizioni normali poteva sembrare semplicemente un'affascinante possibilità tecnica. In quelle condizioni diventava una risorsa di emergenza.
L'incarico e il servizio di collegamento
Aggujaro prese accordi con il 57° Corpo dei Vigili del Fuoco di Padova e, su proposta di quest'ultimo, ottenne dal Ministero delle Poste e Telecomunicazioni l'incarico di organizzare e dirigere un servizio di collegamento e assistenza. Non si trattò quindi di qualche collegamento occasionale. Secondo la motivazione del successivo Premio Cristoforo Colombo, Aggujaro lasciò spontaneamente le proprie attività professionali e rimase impegnato per oltre un mese, affiancato da numerosi radioamatori. È un particolare importante perché permette di capire quale fosse la vera utilità della radio in quell'emergenza.
L'apparato, da solo, non salvava nessuno. Servivano persone capaci di installarlo, alimentarlo e farlo funzionare; operatori che sapessero stabilire un collegamento in condizioni difficili, ricevere un messaggio senza equivoci e inoltrarlo rapidamente al destinatario. La tecnologia funzionava perché dietro al microfono c'erano competenza, disciplina operativa e disponibilità personale.
Una rete nata dall'emergenza
Le ricostruzioni successive ricordano postazioni radio a terra e collegamenti effettuati anche in appoggio alle operazioni condotte sulle acque. In un territorio nel quale la geografia era stata improvvisamente riscritta dall'alluvione, queste comunicazioni consentivano di collegare uomini e strutture che altrimenti avrebbero avuto grandi difficoltà a scambiarsi informazioni.
DigitRadio ha definito quell'esperienza uno dei primi “vagiti” della Protezione Civile italiana, sottolineando proprio il contributo delle radiocomunicazioni alternative d'emergenza. È una lettura retrospettiva — il moderno sistema nazionale sarebbe nato molti anni dopo — ma rende bene il carattere pionieristico di esperienze come quella di Aggujaro e dei suoi collaboratori.
Non esisteva ancora una rete organizzata come quella che conosciamo oggi. Esistevano però persone che, davanti a un'emergenza, mettevano volontariamente a disposizione mezzi, conoscenze tecniche e tempo. E soprattutto esisteva già un principio che sarebbe rimasto fondamentale: quando le comunicazioni ordinarie vengono meno, occorre disporre di sistemi alternativi capaci di continuare a funzionare.
I radioamatori e una nuova idea di servizio
L'alluvione del Polesine rappresentò quindi anche un passaggio importante nella storia del radiantismo italiano. Fino ad allora la radio amatoriale poteva essere vista soprattutto come sperimentazione tecnica, passione scientifica e possibilità di comunicare a grande distanza.
Il Polesine mostrò con drammatica chiarezza un'altra funzione: la radio poteva diventare uno strumento al servizio della collettività. Non era più importante stabilire un collegamento soltanto per il piacere e la difficoltà tecnica di riuscirci. Quel collegamento poteva trasportare una richiesta d'aiuto. Poteva comunicare che una famiglia era isolata. Poteva richiedere l'invio di una barca. Poteva indicare dove servivano uomini, viveri o medicinali. Il valore del collegamento non si misurava più in chilometri, ma nelle conseguenze concrete di quelle poche parole passate attraverso l'etere.
Vittorio Aggujaro, I1QP
Per Vittorio Aggujaro quella esperienza non rimase senza riconoscimenti. La sua opera durante l'alluvione gli valse, tra gli altri, il Premio Cristoforo Colombo, conferito a Genova. La motivazione ricordava il suo intervento volontario, gli accordi con i Vigili del Fuoco di Padova, l'incarico ricevuto dal Ministero PP.TT. e il servizio prestato per oltre un mese insieme a numerosi operatori radio.
Ma probabilmente il riconoscimento più duraturo non è una targa o un premio. È la continuità di quell'idea.
Oggi disponiamo di telefoni cellulari, Internet, reti radio professionali, sistemi satellitari e infrastrutture di comunicazione enormemente più affidabili rispetto al 1951. Eppure ogni grande emergenza ricorda una regola elementare: nessuna infrastruttura è completamente invulnerabile. La possibilità di realizzare collegamenti indipendenti dalle normali reti continua per questo ad avere un significato particolare.
La memoria continua
Nel 2024 la storia di Vittorio Aggujaro è tornata a essere raccontata attraverso un'intervista realizzata da Daniela Muraca a Leopoldo Aggujaro, figlio di Vittorio, e a Federico Polanzan, IU3BSY, presidente della Sezione ARI di Padova. ARI Padova ha successivamente raccolto e riproposto quell'intervista insieme ad altri materiali dedicati all'alluvione e alla storia delle radiocomunicazioni d'emergenza.
Non è soltanto un esercizio di memoria associativa. Ricordare Aggujaro significa ricordare che dietro ogni nominativo radioamatoriale c'è una persona e che dietro ogni apparato ci sono conoscenze che possono essere messe a disposizione degli altri. Nel novembre del 1951, mentre l'acqua cancellava strade e interrompeva collegamenti, Vittorio Aggujaro e gli altri operatori che lavorarono con lui costruirono una rete che non aveva bisogno di cavi stesi tra un paese e l'altro. Aveva bisogno di antenne, apparati, energia, competenza. E soprattutto di qualcuno disposto a esserci.
Settantacinque anni dopo, forse è proprio questo l'aspetto più attuale della loro storia.
Quando tutto il resto tace, una radio accesa può essere ancora una voce.



Vittorio Aggujaro (a sx), Ugo Sartori (il secondo da dx), entrambi radioamatori padovani